8° congresso provinciale Siulp a Matera: report, intervista Innocente Carbone e foto

13 marzo, 2018 12:04 |

Nella sala “Laura Battista” della biblioteca provinciale Stigliani di Matera il Suilp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia) ha promosso l’8° congresso provinciale con un incontro sul tema: “La sicurezza tra cultura e certezza della pena”. All’incontro sono intervenuti autorità civili e militari, dirigenti sindacali della provincia di Matera. A margine del dibattito sono stati eletti il nuovo segretario generale provinciale ed i quadri statutari.

Ai lavori, coordinati dal giornalista Luigi Di Lauro e introdotti dal Segretario Generale Provinciale Siulp, Vito Cicirelli,
hanno partecipato il Prefetto di Matera, Antonella Bellomo, il Questore Paolo Sirna, l’assessore alla Polizia Locale, Mobilità e Sicurezza stradale, Ernesto Bocchetta, il segretario provinciale Cisl, Pino Amatulli, il segretario regionale Siulp Basilicata, Antonio Mennuti e  componente della segretaria nazionale Siulp, Innocente Carbone.

Nel corso della giornata sono intervenuti Pietro Argentino, Procuratore Capo di Matera, l’ex sindaco Emilio Nicola Buccico, già Presidente Consiglio Nazionale Forense, il Presidente della Camera di Commercio di Matera, Angelo Tortorelli, il presidente di Confindustria Basilicata, Pasquale Lorusso e il segretario regionale FNS Basilicata, Rocco Scarangella.

I lavori si concludono nel pomeriggio con l’intervento del Segretario Generale Nazionale Siulp, Felice Romano.

Il componente della segretaria nazionale Siulp, Innocente Carbone illustra i temi discussi nel congresso di Matera: “Noi auspichiamo che non si allenti l’attenzione sul tema della sicurezza che deve essere considerato un investimento o un costo. Chi dovrà assumersi la responsabilità di governare questo Paese avrà subito l’occasione per dimostrarlo, per esempio c’è la Legge di Stabilità in cui dovranno essere stanziate le risorse per il rinnovo dei contratti del comparto per il triennio 2019-2021 e noi siamo pronti a confrontarci con questi nuovi interlocutori. Per noi non esistono governi amici ma interlocutori politici. Auspichiamo che sulla sicurezza si consolidi la cultura della legalità, che porti al rispetto delle istituzioni e mi riferisco non solo alle forze dell’ordine ma a tutte le istituzioni democratiche. Sui social c’è un linguaggio volgare, aspro e che denota una mancanza di cultura democratica, di senso dello Stato e di rispetto delle istituzioni. Si è arrivato a un livello di imbarbarimento e non sto qui ad investigare sulle cause. E’ chiaro che bisogna riprendere la stagione delle riforme. Si parla di certezza della pena. Su questo versante occorre dare rassicurazioni. Bisogna uscire da questo clima. Si parla di sicurezza percepita, in realtà è cultura della paura. E molto spesso non è paura di qualcosa ma paura della paura. Bisogna cercare di arrivare ad una riforma condivisa su alcuni settori che sono importanti, tra cui la riforma della giustizia. C’è il problema dell’adeguamento delle strutture carcerarie e quindi bisogna decidere cosa fare su questi temi e non andare avanti con provvedimenti tampone”.

Michele Capolupo

Di seguito la relazione del segretario generale provinciale Siulp, Vito Cicirelli

Graditi ospiti,
Autorità civili e militari, colleghi e amici grazie di essere qui.
Preliminarmente voglio ringraziare il dott. Incampo per la disponibilità, la cortesia e la gentilezza dimostrata nell’averci messo a disposizione questa sala.
Ringrazio il Segretario Generale nazionale Felice Romano per aver accolto il mio invito ai lavori congressuali; il Segretario nazionale Innocente CARBONE da sempre vicino e disponibile a raccogliere le problematiche relative alle questioni provinciali.
Un grazie ed un benvenuto va ai segretari provinciali, regionali e ai quadri sindacali SIULP di Puglia e Basilicata.
Se parliamo anche di cultura allora quale posto migliore per farlo, visto che nelle teche e sugli scaffali di questa bellissima biblioteca provinciale, che vi consiglio di visitare, vi è una grossa fetta della cultura materana e lucana.
Si celebra oggi l’8° Congresso Provinciale SIULP; quale occasione migliore per parlare di sicurezza; una parola che vuol dire quasi tutto o quasi niente.

Quasi tutto se raccoglie nella sua piena essenza e nel suo alto valore, la tranquillità e la serenità per i cittadini.
Di contro, non vuol dire quasi niente se sicurezza è sintomo di paura, di incertezza, di approssimazione, di inadeguatezza e di superficialità.
Oggi più che mai è ricorrente, attuale e concreto il titolo dato in occasione del nostro 1° Congresso: “I diritti dei lavoratori di polizia per la sicurezza pubblica e la democrazia”.
Introdotta oltre trent’anni fa, questa frase non è stata scalfita dal tempo e dalle persone e oggi porta ancora intatti i suoi contenuti; una frase che è un comandamento per tutti ma può diventare un monito per coloro che non si rivedono in essa.
Ma col passare del tempo non sono stati messi in gioco solo i diritti dei lavoratori di Polizia ed in generale delle forze dell’ordine.
Oggi più che mai si avverte la necessità, il bisogno di sentirsi sicuri e di sapere che a protezione della nostra tranquillità ci sono uomini e donne della Polizia formati e preparati.
Con il nostro 8° Congresso abbiamo voluto individuare due temi molto cari agli italiani per questo lo slogan “La sicurezza tra cultura e certezza della pena” non può che racchiudere la vera essenza delle istituzioni.
In realtà tutti dovremmo pensare alla cultura della sicurezza ed esigere la pena certa.
Se volessimo sintetizzare, escludendo a priori l’indiscutibile problema socio-economico legato alla povertà che trascina molto spesso persone a drammatiche scelte di illegalità, la chiave dei problemi della sicurezza del nostro Paese si potrebbe riassumere nella controversa questione della tanto bramata certezza della pena.
Due sono i termini abusati che condizionano le leggi, configurano la concezione penale del Paese e compromettono, sempre più, la certezza della pena: “garantismo” e “tolleranza”.
Concezioni assolutamente positive che andrebbero, tuttavia, rigorosamente rivalutate e poter, così, affrontare il fenomeno dell’insicurezza dei cittadini, le loro paure, soppesando l’efficacia delle leggi e l’autorevolezza delle forze dell’ordine.
Ma prima di parlare di sicurezza, permettetemi di ripercorrere qualche anno di vita sindacale e tornare agli albori, agli anni in cui un movimento clandestino veniva legittimato; gli anni in cui un sogno diventava realtà, gli anni in cui si stava dando vita al SIULP.
Il 7° Congresso SIULP, celebrato qualche anno fa coincise con i 150 anni dell’Unità d’Italia e con i 30 anni dalla legge 121, ma soprattutto con i 30 anni del SIULP, nato con essa.
Quella legge fu fortemente voluta da alcuni uomini delle Istituzioni del tempo, dai sindacati confederali, ma soprattutto dagli uomini delle Guardie di PS, oggi Polizia di Stato, che sentivano il bisogno di riformare, di rinnovare e di riorganizzare un corpo dello Stato legato ancora a militarismi di vecchia data, chiuso e isolato dalla vita sociale e scollato dal quotidiano; era allora un apparato lontano dai cittadini.
Uomini che sentivano il bisogno del riscatto ma soprattutto di ottenere a costo della loro vita, del loro futuro e del loro lavoro, quei diritti di lavoratore di Polizia, votato al sacrificio, alla salvaguardia delle leggi, alla tutela dei cittadini e delle istituzioni.

I diritti che fino a quel momento erano stati negati o accantonati, con la legge di riforma, venivano riconosciuti grazie a un nuovo interlocutore, il sindacato, che fino a quel momento nessuno pensava, ma tutti auspicavano, potesse diventare parte integrante della polizia assumendone il ruolo determinante che oggi tutti gli riconoscono.
Fino a quel momento vi era la sola Amministrazione della PS, mentre con la legge 121 si creavano le parti; nascevano regole e norme; nasceva un contraddittorio, uno scambio, una contrattazione, una trattativa che mirava ad ottenere per quegli uomini un salario più dignitoso, uno stipendio decoroso e a garantire loro diritti e dignità di poliziotti, di cittadini, di padri.
Con l’8° congresso inizia un mandato sindacale che ci porterà verso 40 anni di SIULP e di legge di riforma; tanti anni che ci hanno resi fieri ed orgogliosi; il passare del tempo ci ha resi indispensabili per la categoria e baluardo delle rivendicazioni.
Più passano gli anni e più mi accorgo di come il SIULP si evolve, progredisce, si amplia; esso stesso è diventato “l’istituzione” di cui occorre farne parte; quel simbolo ci identifica per poliziotti.
Tra colleghi mi piace dire orgogliosamente di essere un poliziotto del SIULP; mi piace pensare che questo binomio sia inscindibile; mi piace pensare che questo modo di identificarsi, questa combinazione diventi per noi il modo migliore di convincere gli altri dell’importanza di appartenere a questo grande sindacato e l’importanza del ruolo che il SIULP da molti anni ricopre all’interno della Polizia di Stato.
A distanza di tanti anni dalla riforma credo che nessuno possa mettere ancora in dubbio quello che è il ruolo del SIULP.

Soprattutto nessuno può mettere in discussione la nostra identità di sindacato unitario, nato tra le confederazioni, operante tra CGIL, CISL e UIL ed inserito a pieno titolo nel panorama sindacale del pubblico impiego.
Ma allo stesso tempo, fatte alcune eccezioni, nessuno può ignorare quella specificità che da tempo stiamo rivendicando e che ci viene in parte ancora negata.
Dopo anni di sindacato abbiamo oggi, ancora più di ieri, la convinzione di essere un sindacato trasparente, coerente e unito.
Il ruolo di sindacato più rappresentativo della categoria ce lo siamo guadagnati e meritato, ma non con proclami o promesse, ma sul campo con battaglie rivendicative, lotte sindacali, rinunce e sacrifici; nessuno può toglierci il diritto e la capacità di poter fare il nostro ruolo in maniera coesa, decisa, convinta e senza ipocrisie.
Siamo nati come sindacato unitario ed oggi siamo ancora e sempre un sindacato unitario che al suo interno ha una molteplicità di idee, scelte e ideali; la nostra strada è sempre stata la coerenza e la serietà.
Siamo tutti uguali perché quando si soffre e si fanno sacrifici, il mio sacrificio è uguale al tuo, la mia rinuncia è amara come la tua.
E anche il SIULP è uguale per tutti, è di tutti; non fa distinzioni tra agente o funzionario; i nostri iscritti sono poliziotti e ci piace chiamarli tali a prescindere da gradi o qualifiche rivestite.
Nel SIULP convivono tutti e tutti devono essere rappresentati.
Questo è il vero ruolo del SIULP, assicurare a tutti pari condizioni di vita lavorativa, pari diritti.
Vi sono sfide future che richiamano il SIULP a grandi impegni, dopo il recente riordino dei ruoli della Polizia, un contratto di lavoro in corso di rinnovo, la pensione integrativa e la contrattualizzazione delle dirigenza, occorre lavorare per ottenere la specificità, l’istituzione di un comparto sicurezza.

Ma in piedi ci sono ancora altre questioni tra cui la riforma del regolamento di disciplina che ancora oggi vede sanzioni che risentono l’influenza degli anni di piombo; vi sono i rapporti informativi unici questionari a risposta diretta del pubblico impiego, in cui un dirigente spesso può decidere se devi far carriera o no; sono schede annuali di valutazione che possono decidere se stai tra i buoni o i cattivi, se sei bravo o incapace e qualche volta se sei sottomesso o no.
Tutti appuntamenti dove è necessario non fallire, dove è indispensabile arrivare convinti di fare la cosa giusta; dove è richiesto che i sindacati più rappresentativi della polizia siano uniti e compatti in una sorta di comunione di intenti e possano sedersi al tavolo delle trattative facendo fronte unico.
Purtroppo per alcuni anni e ancora oggi, invece di lavorare per migliorare le condizioni di vita della categoria e garantire migliore sicurezza ai cittadini, siamo stati costretti a impegnarci, utilizzando tutte le nostre energie ed i nostri capitali, perchè fossero garantiti almeno i diritti acquisiti nel corso del tempo.
Mi vengono subito in mente i colleghi dell’ex Corpo Forestale che si sono visti annullare con un colpo di spugna e da una legge ingiusta, tutti i diritti sindacali precedentemente conseguiti.
Già, abbiamo sprecato uomini, risorse e salute per non vederci tolto quello che dopo tanti sacrifici e anni di tribolazioni avevamo ottenuto sul campo dei diritti e nel nome della legalità.
Una società si riconosce e la si giudica dallo stato di pace che riesce a produrre come bene comune; un sindacato si riconosce dalla tutela che riesce a garantire ai suoi iscritti e all’intera categoria di lavoratori ed una sana Amministrazione non si riconosce da quanti dipendenti ha, ma da come li amministra e da quanti si riconoscono in essa.

C’è un abisso tra i privilegi che godono gli animali nei paesi occidentali e l’indifferenza in cui muoiono gli esseri umani del terzo mondo; allo stesso modo nella nostra società e nel nostro quotidiano ci sono persone che vivono nell’agio ed altri che continuano a sacrificarsi per garantirsi il minimo per vivere serenamente.
Qualcuno diceva che può succedere che vi siano allora due società: una tranquilla ma ingiusta e l’altra violenta e in movimento verso un ordine più giusto; ma se il movimento è sotto l’insegna della violenza non consegue l’obiettivo pur nobile e doveroso cui aspira; otterrà al massimo, a caro prezzo, un avvicendamento delle classi: sicché l’oppresso diventa oppressore e l’oppressore oppresso.
Tutto ciò non cambia il volto dell’umanità perché il fenomeno del trasformismo fa permanere nel privilegio larghissimi strati della precedente nomenclatura; il che comporta che molti di quelli che prima stavano male, poi stiano perfino peggio.
Ma non possiamo né dobbiamo prendere l’abitudine di ragionare all’ingrosso nell’illusione che spalmando l’ingiustizia ai tanti si attui un’operazione riduttiva pro capite, quasi a voler calcare il proverbio popolare “mal comune mezzo gaudio“; sarebbe troppo consolatorio e soprattutto ingiustificato.
Deve affermarsi a questo punto la convinzione che tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale; questo valore se condiviso in maniera iniqua allora appare inspiegabile ed insostenibile perché la dignità della persona non è una concessione benevolmente elargita da qualcuno cui essere riconoscenti; è insita nello status di essere umano e come esseri umani non possiamo continuare a pensare cosa potrebbero fare gli altri, ma chiederci cosa possiamo e dobbiamo fare noi.

Molti uomini preferiscono non agire perché vivono nel dubbio; altri sono impegnati a imporre agli altri la propria convinzione; in realtà la storia ha sempre insegnato che l’uomo è vissuto contando sul dubbio degli altri.
La stessa storia del pensiero umano dimostra che l’uomo non ha le idee chiare nemmeno su sé stesso; per questo occorre guardare le cose a fondo; si deve riconoscere che la verità e la giustizia non sono tanto questione di strutture, quanto di persone.
Dobbiamo farci carico dei tanti problemi della categoria, delle sue attese, dei suoi bisogni di vita autentica, delle sue speranze, come anche delle sue angosce; dobbiamo garantire capacità, dialettica, impegno e serietà; dimostrare di essere quelli che siamo attraverso fatti e risultati.
E’ questo che il SIULP deve infondere a qualsiasi livello; proprio per le sue certezze, questo sindacato possiede un ruolo importante e primario nella vita lavorativa dei poliziotti e nel consolidare le condizioni di vita con riguardo al valore dell’uomo e del suo lavoro.
Di questo siamo pienamente convinti.
Quello che facciamo, se lo facciamo bene e per il bene della collettività, allora è patrimonio di tutti, ricordandoci che si nasce uguali e si muore uguali.
Non obblighiamo nessuno a seguirci; il SIULP resta una scelta obbiettiva, libera e spontanea.
A volte operiamo sfiorando il codice penale, ma sicuramente alcuni operano bucando il codice morale, la cui pena è la sofferenza psicologica.
Per questo dobbiamo favorire il diffondersi di una sinergia, di una nuova cultura che abbracci forze nuove, giovani, sane, volenterose e motivate che contribuiscano a rendere forte il sindacato e ad instaurare quel processo evolutivo indispensabile per una continua crescita.

Giovanni Paolo II nel Messaggio per la 36^ giornata della pace scrisse; “Che ci sia un grande disordine nella situazione del mondo contemporaneo è constatazione da tutti facilmente condivisa. L’interrogativo che s’impone è perciò il seguente: quale tipo di ordine può sostituire questo disordine, per dare agli uomini e alle donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e sicurezza?“
A mio modesto parere l’ordine va cercato nella trasparenza, nella legalità, nella sincerità e nella lealtà, valori in cui non bisogna barare e dove le stesse parole devono avere sempre lo stesso significato, quello vero; dove non ci sia il sopravvento aggressivo e violento di alcune convinzioni su altre nel tentativo di scavare fossati di inconciliabilità, di odio.
Da più parti occorre vincere l’indifferenza e la finzione; occorre salvaguardare professionalità, capacità sindacale, dignità personale.
Possiamo fare molto per invertire la tendenza, senza attendere che siano le strutture a cambiare.
Un grande statista del passato disse: Non possiamo governare sempre con un coltello alla gola; quando molti governi cambiano è l’Italia a non cambiare.
Per questo non possiamo fare sindacato con coloro che minacciano di affondare il coltello nella gola di chi lavora; non si può pretendere che si cambi se a cambiare sono spesso, troppo spesso, i governi e con loro i Prefetti e i Questori.
E’ pur vero che spesso cambiare vuol dire progresso, rinnovamento e funzionalità, ma noi siamo per chi non lascia la via vecchia per quella nuova; siamo di quelli che non dimenticano il loro passato perché nel passato hanno fondato le basi e vogliono andare avanti con quelle e se necessario rinnovarle e migliorarle senza volerle per forza cambiare.

Vogliamo dare ai nostri poliziotti, alle nostre famiglie, ai nostri cittadini la certezza della sicurezza, la certezza di una polizia al passo con i tempi, efficace nella lotta alla criminalità, preparata ad assolvere i propri compiti con mezzi, strumenti e cultura; ma anche una polizia fatta di uomini e non di macchine.
Siamo un apparato che produce sicurezza ma che deve anche garantirla con intelligenza e preparazione; per questo l’uomo poliziotto in quanto tale ha bisogno di avere tutti i supporti possibili, ma deve rimanere puro ed insostituibile.
Oggi possiamo dire di trovarci di fronte a settori collassati, inidonei a gestire le esigenze operative e incapaci di rispondere adeguatamente alla richiesta dell’utenza che è sempre più insistente.
In questo contesto nella Questura di Matera si destreggia con grande capacità, professionalità, competenza e impegno la Divisione della Polizia che si occupa degli Stranieri; gli uffici, però, sono ormai all’osso.
Nei servizi di ordine pubblico per manifestazioni sportive, religiose e scioperi, ormai troviamo sempre gli stessi colleghi perché non si sa dove poterne rimediare altri; non c’è cambio, non c’è ricambio, non c’è turn-over; oggi si è penalizzati persino se si è alti perchè nei servizi di alta uniforme non si riesce a trovare personale diverso da quello assegnato da anni e anni.
La media dell’età anagrafica del personale in servizio nella provincia di Matera sfiora ormai i 50 anni e qualcuno pensa ancora di poter far passeggiare questi colleghi per ore e ore in due o tre vie del centro, chiamandoli poliziotti di quartiere.
Ma anche andare in macchina ormai è diventato un lusso.
Abbiamo un parco macchine che spesso risulta insufficiente; autovetture datate e inidonee a svolgere i compiti di istituto; benché i colleghi si affannino a rimediare i guasti o trovare una pezza per tenere le auto sempre efficienti, può capitare che un guasto sopprima un servizio e lasci i colleghi a terra.

Di contro, dopo anni di calma apparente, dopo che la polizia in provincia e tutte le altre forze dell’ordine sono riuscite ad assestare un duro colpo alla criminalità organizzata e spicciola, sia a Matera che in Provincia, ora si sta verificando un rialzo di delitti predatori.
Ricorderete gli anni ’90 con i delitti di mafia a Matera e Montescaglioso, gli attentati dinamitardi e incendiari nella fascia ionica e i numerosi furti in appartamento in città; fu un periodo davvero nero, ma tutti abbiamo reagito con forza e determinazione riuscendo ad assicurare alla giustizia numerosi delinquenti responsabili di buona parte di quegli episodi delittuosi.
In provincia ma anche in città delinquenti provenienti dalle province limitrofe pensavano di rialzare la testa perpetrando reati predatori e contro il patrimonio.
Quei reati, cioè, che creano allarme sociale; di quelli che lasciano il segno; di quelli cioè che ti toccano al cuore perché ti rubano la macchina o ti entrano in casa, mettono sottosopra i tuoi affetti personali e portano via oggetti legati ai ricordi di una vita.
In un periodico locale si leggeva che tali atti non erano considerati furtarelli casuali o di atti di delinquenza locale, bensì di una vera e propria criminalità predatoria che proverrebbe probabilmente dal barese.
Anche i recenti fatti delinquenziali verificatisi nei vicini comuni del barese, hanno indotto i commercianti a scendere in piazza per rivendicare il loro diritto alla sicurezza e chiedere una presenza più massiccia sul territorio di forze dell’ordine.
Ciò deve farci riflettere perché parliamo di città distanti pochi chilometri e non possiamo pensare che il problema avvertito non è nostro, tanto non è successo a casa nostra.

Siamo cittadini globali, siamo una società che opera e collabora e non a comparti stagni.
Vi erano poi reati legati allo spaccio ed al consumo di stupefacenti, sicuramente a causa e per la convinzione del facile guadagno, ma lì sembra che la guerra si giochi tra polizia e spacciatori perché al cittadino poco importa se un drogato assume o spaccia droga, l’importante è che non lo faccia sotto casa sua e non tocchi i suoi figli.
Forte era il pericolo di una recrudescenza dei reati contro la persona, contro l’incolumità personale o legati agli atti persecutori e alla violenza sessuale, a causa di alcuni fatti recentemente balzati alla cronaca.
Ma se alcuni reati, secondo dati ministeriali, sarebbero in calo, sono quelli di genere, lo stalking, i maltrattamenti, il femminicidio che stanno preoccupando fortemente l’opinione pubblica; l’Agenzia ONU che si occupa dei diritti femminili ritiene che la metà degli omicidi di donne perpetrati in ogni parte del mondo, vede come autore il partner o un parente,
Secondo i dati ISTAT in Italia i femminicidi sono in forte aumento e le donne che spesso non denunciano per paura o per disaffezione nelle istituzioni, corrono sempre più ad armarsi.
Ma se da una parte ci si chiede se è opportuno che circolino tante armi, date a volte in mani sbagliate, dall’altra parte i cittadini sentono il bisogno di armarsi anche per proteggersi nelle loro attività commerciali o in casa; si rischia, così, di tornare alla legge del taglione, alla legge del fai da te, ad una legge che faccia erroneamente ritenere superfluo o inutile ricorrere alle forze deputate alla sicurezza.
Ma per questo occorre che il personale di Polizia venga formato, aggiornato e specializzato; sono necessari un protocollo operativo unico, in verità già definito dal Ministero dell’Interno e criteri assistenziali già predisposti dal nostro ordinamento giuridico.

Soprattutto nei piccoli centri urbani dell’hinterland materano, ove sono presenti solo piccoli presidi dei Carabinieri che non garantiscono più da tempo nemmeno un servizio continuativo, ciò non avviene e sovente il personale operante si muove attraverso interpretazioni personali e singolari modalità di intervento che portano la vittima ad una chiusura con le istituzioni.
Allo stesso tempo occorre l’introduzione di modelli formativi per il personale capaci di incentivare e realizzare processi di qualificazione e specializzazione professionale, quali condizioni necessarie per affrontare le sfide del futuro.
Dobbiamo riuscire a contrastare le nuove forme di criminalità, anche extracomunitaria che richiedono sempre più elevate e raffinate capacità professionali.
Grazie al lavoro quotidiano, all’impegno incondizionato e ai risultati conseguiti sul campo dagli uomini e dalle donne della polizia, ma anche da altri corpi, dalla magistratura e dalla stessa autorità per l’ordine e sicurezza pubblica, i cittadini riacquisteranno fiducia e denunceranno più facilmente rispetto a prima.
Ma il cittadino sa per certo che se un malvivente viene catturato resterà in carcere pochissimo, poiché grazie al nostro sistema giudiziario è possibile anche questo.
Occorre ridurre i gradi di giudizio almeno nei casi di reati commessi in flagranza, snellire il sistema delle notifiche, concentrare le udienze, potenziare l’organico dei Magistrati, dei Giudici di Pace, del personale burocratico e di cancelleria.
Personalmente sono contrario ai riti abbreviati che comportano una riduzione di 1/3 della pena anche per efferati delitti; sono contrario agli sconti di pena per buona condotta in carcere.

Una condanna definitiva deve possedere la certezza della espiazione e il condannato deve scontarla tutta.
Velocizzare i processi e rendere le sentenze più severe avrebbe un effetto relativo se l’autore di un reato, una volta condannato, non scontasse realmente la pena comminata; pena che dovrebbe avere il carattere rieducativo e che invece in molti casi aggrava lo status delinquenziale.
Nell’applicazione della pena occorre porre attenzione sull’ormai consolidata e a volte strategica incapacità di intendere e di volere al momento di delinquere.
Il cittadino è ormai stufo di leggere che per fatti di sangue cruenti, violenti e feroci, l’autore viene condannato a pochi anni di carcere che quasi sempre non farà totalmente.
Di una cosa però siamo certi: se vogliamo rendere vana la certezza della pena è sufficiente continuare sulla politica “svuota carceri” e sull’eccessiva legislazione premiale di recupero del reo, regalando sconti di pena a più detenuti possibili.
Una politica, quella premiale, che ha risolto il problema del sovraffollamento delle carceri.
In questo modo non risolviamo il problema; costruire un numero di carceri adeguato alle esigenze di sicurezza dei cittadini sta nell’ordine democratico di una società e di uno Stato di diritto.
Allora cosa possiamo fare per frenare sempre più questo fenomeno delinquenziale; cosa possiamo fare per garantire la sicurezza e far dormire sonni sereni ai nostri cittadini.
Intanto dobbiamo pensare ad un piano di ripartizione di intervento urbano diverso da quello attuale.

È incomprensibile per il cittadino che ha chiamato la polizia, veder arrivare una pattuglia dei Carabinieri o viceversa; la suddivisione della città in zone di intervento serve poco se poi a causa delle scarse pattuglie ad intervenire è quella che si trova libera.
Allora o creiamo una sola forza di polizia o altrimenti continuerà ad esserci confusione e approssimazione; non servono a nulla centrali operative unificate, se vi sono diverse forze di polizia.
Persino il progetto NUE che ha individuato il 112 come unico numero di emergenza o il CUR da tempo in fase di sperimentazione in alcune grandi città, hanno evidenziato criticità, ritardi e malfunzionamento.
Per evitare allora doppioni o duplicati di intervento, facciamo sì che le forze dell’ordine lavorino sotto il controllo funzionale di una sola autorità; se invece non si vuole unificare, allora lasciamo ai cittadini la possibilità di decidere chi chiamare e a chi chiedere aiuto.
In questo, determinante è la Polizia locale; senza voler ingerire in aspetti, diritti o organizzazione del lavoro, ritengo che la Polizia locale debba rientrare a pieno titolo nella ripartizione dei servizi di prevenzione e repressione dei reati.
Ritengo che, soprattutto nell’area urbana, i colleghi che amabilmente chiamiamo Vigili urbani, debbano vigilare con le altre forze di polizia le nostre case, le nostre strade, le nostre attività commerciali.
In capo a loro dovrebbe ricadere, prima fra tutti, la rilevazione degli incidenti stradali urbani di modo che la pattuglia di Polizia possa operare in altre occasioni.
Sì, ho parlato di pattuglia di Polizia, e Carabinieri, perché, duole dirlo, in assenza della Polizia locale e di altre forze in campo, soprattutto nelle ore notturne opera una sola pattuglia e se per un qualsiasi motivo è impegnata o rimane bloccata da un intervento, allora il territorio diventa terra di tutti e di nessuno.

Il compianto Capo della Polizia, Prefetto Parisi, in una visita che fece nel nostro territorio, constatato questo stato di cose, volle fortemente istituire un’altra volante, ritenendo giustamente, che raddoppiando i servizi di vigilanza automontata, i cittadini potessero sentirsi più sicuri, più difesi.
Questo “lusso” però durò poco, perché lasciatoci Parisi, ci lasciò anche la seconda volante.
Un dato è certo; a Matera anni fa la sicurezza veniva garantita da circa il 20% in più di risorse umane tra le varie forze dell’ordine e oggi la drastica riduzione di personale l’avvertiamo tutti.
I cittadini hanno bisogno di visibilità, di vedere, come spesso recita uno slogan nazionale, la polizia tra la gente, per la gente; ha necessità di un contatto visivo e di disponibilità continua e considerare “il poliziotto un amico in più”.
E’ a contatto con loro che dobbiamo continuare a lavorare; dobbiamo ritornare a lavorare stando sulla strada; va bene la tecnologia, le intercettazioni, gli accertamenti informatici, quelli patrimoniali, perché per stare al passo con i tempi, come abbiamo già accennato, non possiamo ignorare il progresso, la scienza, l’evoluzione della vita.
Ma questo è un lavoro nascosto agli occhi della gente; il cittadino ha bisogno di vedere le sue pattuglie per strada, vedere una volante ferma nei luoghi frequentati dai loro figli, quando esce la mattina per recarsi al lavoro vorrebbe trovare la strada libera da ingorghi, da interruzioni; le nostre donne che la mattina escono per fare la spesa, per recarsi al mercato o per far visita ai parenti, non vogliono tornare a casa borseggiate, derubate, aggredite, umiliate.
Non mettiamo mai in secondo piano il contatto diretto con la gente, tra le strade e se occorre anche in casa; solo così renderemo le nostre città più vivibili.

E’ anche questa la sicurezza che da più parti è richiesta; è questa la sicurezza che vogliamo e sicuramente per garantirla non bastano gli uomini e le donne di polizia in questa provincia.
Invece di pensare ad organici idonei, a forze nuove, a uomini, mezzi e risorse adeguate e adatte alle situazioni, si decide la chiusura in provincia di presidi di polizia nevralgici soprattutto nel periodo estivo, ma anche unici nella zona e solo perché alcuni governanti hanno pensato che continuare a tenerli aperti è antieconomico.
Non si può continuare a gestire i servizi sempre in emergenza; non può l’emergenza coprire il quotidiano; occorre pianificare, organizzare e coinvolgere tutti se vogliamo una vera sicurezza.
In questo non sono tagliati fuori nemmeno i nostri amati Vigili del Fuoco, che recentemente gli italiani a seguito di un sondaggio, hanno collocato al primo posto di gradimento per fiducia e affetto.
Sicuramente il particolare momento di crisi, voci infondate sulle pensioni, sulla buonuscita, sugli stipendi e sul sistema previdenziale e pensionistico in genere, non ha giovato alla categoria e anche qui molti hanno preferito la quiescenza, senza essere stati totalmente sostituiti.
Estremamente grave e preoccupante è il crescendo di violenze di piazza fomentate da una cieca contrapposizione politica, che alla dialettica democratica predilige scontri tra opposte fazioni.
Una degenerazione che, ancora una volta, vede le forze di Polizia costrette a subire umilianti aggressioni fisiche e morali.
E qualcuno si permette di considerarci anche torturatori.
In ordine pubblico siamo derisi, calpestati, beffeggiati, denigrati, minacciati, colpiti e violentati e dobbiamo incassare senza battere ciglio; non abbiamo il diritto, la forza e l’ordine di intervenire adeguatamente; ci è negata persino la legittima difesa.

E’ necessario porre fine a questa perversa spirale di reazioni violente e di squallida deriva demagogica; tutti devono condannare le quotidiane aggressioni alle forze di Polizia schierate a difesa delle istituzioni democratiche; occorre prendere coscienza della necessità di individuare strumenti normativi di sottoporre a certa e immediata afflizione penale i professionisti della sovversione, a prescindere dalla parte politica di cui gli stessi si professino appartenenti.
Se è vero che esiste un’aggravante per il pubblico ufficiale che commette un reato, altresì deve sempre esserci un’aggravante per colui che commette un reato in danno di un rappresentante delle forze dell’ordine e non solo politico.
Chi manifesta in piazza non deve pensare o peggio essere convinto che può fare e dire di tutto sapendo di rimanere impunito e reclamando il diritto di poter manifestare.
Ma c’è un rovescio della medaglia proprio a Matera.
Da anni usiamo manganelli, forze umane, mezzi e risorse economiche per difendere un carro di cartapesta realizzato per i festeggiamenti locali e destinato alla distruzione.
Ogni anno le istituzioni sono a difesa non della vita, non della libertà, non della legalità, ma di un manufatto che in quel momento non rappresenta la sacralità, la centralità del cittadino, il bene comune; e per fare questo usiamo la forza contro chiunque si ponga tra noi e l’oggetto; ogni anno cittadini e forze di polizia danno il loro tributo ed il loro contributo con contusi e feriti a volte anche gravi.
Per fortuna negli ultimi anni, grazie all’impegno di Prefetto e Questore vi è un’inversione di tendenza e si sta cercando di ridare il giusto ruolo alle locali forze dell’ordine.

Superata l’emergenza criminalità degli anni ’90, secondo un sondaggio attraverso dati del Ministero dell’Interno, Matera fu considerata isola felice e collocata fra i primi posti tra le città con il più basso numero di reati perpetrati.
Questo dato però, se non corriamo ai ripari è destinato a cambiare, visto che Matera è stata superata da Potenza e da altre città demograficamente alla pari; nel 2017 città più sicura in assoluto è risultata, pensate un po’, Oristano, seguita da piccole province sia del sud che del nord Italia.
Matera è stata nominata Capitale europea della cultura per il 2019; Matera prima di altre città ha il dovere di pensare alla cultura della legalità, della sicurezza, della democrazia.
Deve incrementare, stimolare e favorire la crescita della cultura dei suoi cittadini e per fare tutto questo occorre il sussidiario aiuto della scuola e servono insegnanti preparati e rispettati.
Ma anche qui, la mancanza di rispetto verso l’autorità degli insegnanti ha depotenziato il grande valore del sistema scolastico italiano che deve essere maggiormente valorizzato per diventare un punto di riferimento culturale delle nuove generazioni e soprattutto per i giovani che vivono in ambienti emarginati.
Spero che il futuro riservi per noi tempi migliori, spero che da più parti si capisca che occorre investire in sicurezza e non pensare che la sicurezza sia un costo; mi auguro che i nostri politici capiscano che non basta parlare solo di sicurezza; non bastano programmi, progetti enunciati in campagna elettorale e puntualmente disattesi.
Nelle recenti elezioni politiche tutti i partiti hanno richiesto ai cittadini il voto, impostando i programmi sulla sicurezza, sugli extracomunitari, sul reddito di cittadinanza; tutti i politici hanno pensato, con proclami ed interviste, di cogliere nel segno richiamando i cittadini a fare il loro dovere per migliorare l’Italia, per renderla più sicura e abbassando la soglia della povertà.

Ma siamo sicuri, purtroppo, che con la compagine governativa che si creerà, qualunque sia, dovremo faticare non poco per ottenere una sicurezza reale e non solo enunciata o percepita.
Le nostre ambizioni nascono dal bisogno di vedere i nostri figli crescere sani e tranquilli; noi, prima di tutti proprio perché siamo persone votate alla legalità e alla giustizia, sentiamo il bisogno di contribuire a formare una società in cui, che si sappia, chi delinque deve essere punito.
Un principio, quello di “chi sbaglia paga”, che non è estraneo al principio di uguaglianza perché non riguarda solo i derelitti della società, gli strati più poveri, ma dovrebbe colpire tutti a prescindere dal loro ruolo, dal potere economico o dal prestigio istituzionale ricoperto.
Per questo chiediamo l’indispensabile collaborazione di tutti i sindacati del pubblico impiego, perché, per dirla calcisticamente, la partita si gioca su tutti i campionati.
Ma chiediamo, altresì, il contributo sussidiario dei Sindaci, del Presidente di Provincia e Regione, i quali dovranno impegnarsi per la sicurezza in sinergia con le altre istituzioni le quali dovranno attuare forme reali di coordinamento.
Necessaria a questo punto l’introduzione di modelli organizzativi capaci di ottimizzare l’impiego delle risorse, adeguandole alle nuove esigenze e a sfide operative in un giusto equilibrio tra incombenze esterne ed interne, per garantire ai cittadini la fruizione dei servizi nei tempi e nei modi più soddisfacenti.
Il SIULP contribuirà a pieno titolo nella formazione di questo tipo di società; questo grande sindacato è fatto di uomini e donne che aspirano e vogliono il bene di tutti.
Molti anni fa un quadro storico del SIULP coniò uno slogan per questo meraviglioso sindacato: “Se pensi in grande, pensi SIULP”.
Lo penso anch’io.

La fotogallery dell’8 congresso provinciale Siulp (foto www.SassiLive.it)

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